venerdì 28 maggio 2010

Per te che non hai volto eppure sei così presente

Per le tutte le parole che abbiamo detto, che sono solo parole eppure a volte sono tanto concrete che le puoi toccare.
Per i sentimenti che non puoi ignorare.
Perché, soprattutto quando non ci credi, sei speciale.

Perché tu non smetta di credere in te finché c'è qualcuno che ha fiducia, ed io in te ci credo.

ON AIR: Depeche Mode - Precious

lunedì 15 marzo 2010

Me, myself and everyone who wants to come [chapter 1]

Ho sempre pensato di me che sarei diventato un uomo in carriera, uno di quei colletti bianchi chiusi nel loro bell’ufficio a lavorare per far si che il mondo continui a girare. Credevo di essere indispensabile, come se ogni cosa senza di me potesse smettere di esistere. “Se un albero cade in una foresta dove nessuno può sentirlo, fa rumore?”, è una domanda che mi pongo spesso, si tratta di un concetto che mi affascina. Un tempo avrei risposto che lontano da orecchie attente non può esistere suono. Ma il tempo mi ha cambiato, oggi credo che anche nel più assoluto silenzio il rumore dello schianto sarebbe assordante e pensare a questo mi fa rivalutare anche le convinzioni che avevo elaborato su di me. Non sono indispensabile; la mia presenza è temporanea, la terra che calpesto, il sole che la riscalda, la pioggia che la bagna, esisterebbero anche se io non ne avessi coscienza. Le impronte di qualcun altro copriranno le mie, scorderò i posti in cui i miei passi mi hanno condotto ma quei posti continueranno a vivere e a farsi ammirare da chi ci arriverà dopo di me. E chi li guarderà avrà occhi diversi, noterà cose che a me sono sfuggite, lasciando altre impressioni e altri ricordi.


Quello che voglio dire è che non sento più il bisogno di dimostrare al mondo chi sono. Intendiamoci, non dico che non mi piacerebbe essere ricordato, penso sarebbe bello che qualcosa di me mi sopravvivesse, del resto la vita è così breve che è impossibile non sognare di poter raggiungere l’immortalità. Si, mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo al mondo, renderlo, in qualche maniera, un posto più bello, ma finalmente mi rendo conto che non è poi così importante e che tutto quello che si può fare, qui e adesso, è vivere guardandosi attorno con continua meraviglia, ringraziando di poterci essere e di poterne parlare.


C’è una cosa che però desidero da che ho memoria dei miei sogni. E’ la mia casa, non semplicemente una casa, un luogo da raggiungere dopo una giornata di lavoro, non soltanto quattro mura che mi separino da tutto ciò che è fuori, no, è la mia casa. E la immagino piccola, accogliente, luminosa. Si, vorrei che la mia casa avesse tante finestre, vorrei che fosse inondata dalla luce del sole per tutto il giorno, e che i raggi del sole scolpissero ogni oggetto al suo interno tracciandone nettamente i contorni. Mi piacerebbe essere accolto, non appena aperta la porta, dal profumo di fiori che so non avrei la pazienza, o la costanza, di curare. Tappeti coprirebbero il pavimento, perché per sentirla davvero mia dovrei sentirla, con tutto il corpo, stendermi per terra a guardare in su immaginando su di me non un semplice soffitto bensì un intero cielo punteggiato di stelle. E librerie a tappezzare le pareti, riempite fino a traboccare dei libri che ho letto, quelli che ho amato, quelli che leggerò, e delle canzoni che ascolto, quelle che mi fanno pensare al passato assieme a quelle che mi spingono verso il futuro. Le pareti sarebbero colorate, che il bianco asettico non fa per me, ma non una scelta casuale. Ogni angolo avrebbe il suo colore, perché ogni angolo sarebbe associato a un particolare stato d’animo; e poi vorrei che un muro rimanesse libero di parlare di me, delle parole che scrivo, delle immagini che porto dentro e che nemmeno so come esprimere. Vorrei che il cuore della mia casa fosse racchiuso in un divano, grande e comodo, su cui rilassarmi quando sono solo e dove invitare a sedere ospiti e amici per chiacchierare, discorsi futili o questioni di importanza suprema, vorrei che la mia casa facesse sentire chi vi entra a proprio agio, libero da qualsiasi tipo di formalismo. Appenderei quadri alle pareti, e un milione di foto per non dimenticare mai chi sono. Vorrei che la mia casa fosse come me.


Forse però il problema vero è che neppure io sono sicuro di sapere chi e cosa sono. C’è stato un momento in cui credevo di averlo capito, sentivo che forse, finalmente, il mondo aveva deciso di accogliermi e di svelarmi quale sarebbe stato il mio futuro. Solo col tempo ho capito che quella che avevo preso per illuminazione era in realtà solo un temporaneo abbaglio. La luce sfolgorante di quello che avevo a lungo e intensamente desiderato mi aveva abbacinato e confuso. Prenderne coscienza non è stato affatto né facile né tantomeno piacevole. Ho dovuto rinunciare ad alcune certezze, a partire da quelle sull’amore e sul destino, e queste crollando, ne hanno inevitabilmente trascinate con sé altre. Chissà, a pensarci questo ribaltamento di prospettive potrebbe essere stato un bene, considerando che mi ha portato a interrogarmi su chi sono. Ho dovuto ricominciare dalle fondamenta ad edificare una nuova consapevolezza di me e non è semplice, i preconcetti più difficili da cancellare sono quelli che riguardano sé stessi.

giovedì 4 marzo 2010

Quando tramonta il sole, arriva sempre la luna

Stanco d'essere deluso.

Parole di scuse, la voce deve essere ferma se vuoi che si sentano.

E guardare dritto negli occhi chi ti pugnala al petto dicendogli "certo che sto bene, che vuoi che sia!".

Perché di una sensibilità diversa non ha colpa nessuno.

E nessuno si chiede "ma la sua, di sensibilità... qual è?".

Meglio smettere di pensare, di preoccuparsi, di domandarsi in cosa hai sbagliato, meglio dormire.

ON AIR: Poets Of The Fall - Sleep

mercoledì 27 gennaio 2010

Estemporaneo

Ho smesso di studiare da non molto, ho preparato una cosa da mangiare al volo e stavo per piazzarmi in panciolle davanti alla tv (stasera "In America" di Jim Sheridan, e rendiamo grazie al digitale terrestre che ancora offre qualcosa di buono, degraderà presto anche lui?) ma mi sentivo stranamente inquieto, come se ci fosse ancora qualcosa fuori posto in questa giornata.

Poi mi sono reso conto che non si tratta di questa giornata, ma di questa e molte altre prima di questa che si sono sommate una ad una come grani di un rosario e forse è solo che sto iniziando a scontare le mie pene.
Parole al vento (o dust in the wind, per dirla con i Kansas), parole che andrebbero dette, perché imbrigliarle non serve, prima o poi il modo di venir fuori lo trovano ugualmente. Quindi dico al vento che non so più cosa pensare.

Ho creduto a certi proclami, sono sicuro che fossero sinceri, almeno al momento. Invece ora penso a chissà quante cose hanno nascosto quelle parole che arrivavano sempre al momento giusto. Come se dirle fosse così scontato che non farlo sarebbe stata una mancanza troppo evidente. A me quelle parole piacevano, mi facevano sentire in qualche maniera presente. Alcune le ho conservate e confesso che ogni tanto vado a rileggerle, forse è un modo per non dimenticarmi di me.

Invece negli ultimi giorni mi hanno provocato soltanto un diadema di rughe a forma di punto interrogativo in mezzo alla fronte. Perché, penso io, "se era tutto vero, il desiderio di fare un passo prima o poi viene". E mi rispondo che "forse non era tutto rosa, forse c'erano anche il grigio e il nero, e il viola e il blu scuro scuro delle notti senza luna". Pero' io questi colori non li vedevo e avrei voluto che me li avessero fatti notare, chissà, se l'avessero fatto forse ora non mi sentirei così.

Così...
Come uno strano.
O come uno insignificante, che magari saluti con uno sguardo e un mezzo sorriso per strada perché lo incroci tutte le mattine sempre allo stesso punto, ma di cui ti dimentichi appena passato oltre.
Come uno che a volte cede troppo e a volte troppo poco al proprio orgoglio. Come uno che ha smesso di crederci.

A volte bastano cinque minuti, altre addirittura il solo tempo di un saluto.

giovedì 3 dicembre 2009

Di insonnie invernali

Momento no.
Da qualche giorno ho difficoltà a prendere sonno. La sera, quando finalmente la confusione che riempie la giornata si placa, resto solo e nel silenzio iniziano a prendere forma mille pensieri confusi. Sembra che le domande senza risposta, le questioni irrisolte, tornino a chiedere udienza pretendendo che ascolti le arringhe di ognuna.

Mi trovo così a valutare i vecchi sbagli e quelli nuovi, con la sensazione di aver capito sempre troppo tardi cosa andava fatto, cosa andava detto. Fare (e dire) la cosa giusta al momento giusto... sembra facile! Spesso mi chiedo se da parte mia non sia mancato, in alcune circostanze, il coraggio di osare.

C'è stato un tempo in cui mi buttavo a capofitto nelle cose, ritenendo le conseguenze un male necessario in una ricerca che sentivo come un bisogno impellente. C'è stato un tempo in cui "ardevo" e questo calore (lo capisco solo adesso) era visibile anche dall'esterno, lo si percepiva chiaramente; un tempo in cui cio' che ero mi preoccupava, cosciente dei rischi a cui, data la mia natura, mi esponevo.

Ora mi chiedo quando esattamente ho smesso di credermi, quando ho iniziato a gettare acqua sul fuoco. Da un po' vivo sottotraccia, combattuto tra il desiderio di tirare fuori tutto il vecchio che è rimasto dentro per fare posto al nuovo e la preoccupazione che un comportamento simile possa dare la piccola spinta necessaria a farmi cadere di nuovo, proprio ora che ho ricominciato a muovere qualche misurato passo in equilibrio sulla vita.

Parlare apertamente, mettere un punto. La verità è che non so dove.

[Dove dovrebbe stare? Dove dovrei stare io?]

Parlare apertamente, anche se è scomodo, anche se fa male, anche se è egoista. Ricominciare a pensare a me, smettere di inseguire; l'ho fatto e ancora lo faccio perché probabilmente è il mio modo di dimostrare, di (di)mostrarmi... smettere, lasciare che ogni cosa segua il suo corso e se devono crollare muri e palazzi, che succeda pure.

Momento no... anche se continuo a far cenno di si con il capo.

ON AIR: Saitone - Lotus

domenica 8 novembre 2009

Con le mani sotto il cuscino

Ogni notte mettersi a letto, raggomitolarsi sotto le coperte con un sorriso, osservarla mentre cede alla stanchezza dopo una lunga giornata. Aspettare assieme che arrivi il sonno con gli occhi che iniziano a chiudersi e sentirsi finalmente in pace.
Respiro sommesso e regolare, ascoltare il battito del suo cuore, sorriderle anche se lei non sa, non può vedere quanto è bella così, abbandonata e indifesa.


E sognare di passeggiare insieme in un mare di fiori, a piedi nudi, inseguendo per gioco odori e colori, e saltare la corda cantando canzoni che parlano d’amore, che parlano di lei e dei suoi occhi così belli e felici.
Fiori


Volare su una mongolfiera tessuta di spicchi di arcobaleno attraverso le nuvole mentre il mondo di sotto si fa piccolo e sembra una casa di bambole e il vento scompiglia i capelli. E scoprire nelle nuvole caricature di buffi animali e di cose, cambiare prospettiva per scoprire che tutto è un più magico visto dal cielo.
Mongolfiera


Viaggiare in un treno di quelli a vapore, che sbuffa e che fischia, e salutare persone che rispondono agitando le mani e ricambiando un sorriso. E guardar fuori con la fronte appiccicata al finestrino paesaggi che scorrono rapidi tra i sobbalzi delle rotaie e diventano macchie, e sentirsi come bambini che guardano, pieni di meraviglia, in un caleidoscopio.


Percorrere mari su una piccola barca, spinti in avanti da una vela fatta di mille ritagli di pezzi di stoffa trovati qua e là, immaginando che sia l’imbarcazione di un commesso viaggiatore, una nave che ha visto buona parte del mondo ed ancora un po’, e sentire la sua risata alzarsi e poi scendere in armonico accordo con le onde.


Svegliarsi e per primo vedere il suo viso, e sorridere per quell’espressione un po’ buffa di chi sta dormendo ma in realtà è sveglio in un sogno. E baciarle con dolcezza una guancia e le labbra, aspettando che si aprano gli occhi assonnati, baciarla di nuovo e dirle che tutto è perfetto e che forse stai ancora sognando.

ON AIR: Oren Lavie - Her Morning Elegance

domenica 1 novembre 2009

Certi momenti un po' così...

Per le volte in cui faccio fatica ad addormentarmi, perché non è così che ci vedevo.

Per le volte che vorrei gridare quanto sembri tutto sbagliato.

Per le volte in cui un gesto o uno sguardo non bastano.

Per le volte in cui ciò che hai dentro è così chiaro mentre fuori è confusione.

Per le volte in cui ti viene da piangere e ti chiedi il motivo qual è.

Per tentare di spiegarti perché a volte posso sembrare incomprensibile... ecco, è così che mi sento:

...You're the one, yeah,
I've put all my trust in your hands.
C'mon and look in my eyes,
here I am, here I am.
...
Tell me why
it gets harder to know
where I stand.
I guess loneliness found
a new friend, here I am.


You don't understand me, my baby.You don't seem to know that I need you so much.
You don't understand me, my feelings,
the reason I'm breathin', my love
You don't seem to get me, my baby.


You don't really see that I live for your touch.
You don't understand me, my dreams or the things I believe in, my love.
You don't understand me. You don't understand me. Understand me.

ON AIR: Roxette - You don't understand me