lunedì 15 marzo 2010

Me, myself and everyone who wants to come [chapter 1]

Ho sempre pensato di me che sarei diventato un uomo in carriera, uno di quei colletti bianchi chiusi nel loro bell’ufficio a lavorare per far si che il mondo continui a girare. Credevo di essere indispensabile, come se ogni cosa senza di me potesse smettere di esistere. “Se un albero cade in una foresta dove nessuno può sentirlo, fa rumore?”, è una domanda che mi pongo spesso, si tratta di un concetto che mi affascina. Un tempo avrei risposto che lontano da orecchie attente non può esistere suono. Ma il tempo mi ha cambiato, oggi credo che anche nel più assoluto silenzio il rumore dello schianto sarebbe assordante e pensare a questo mi fa rivalutare anche le convinzioni che avevo elaborato su di me. Non sono indispensabile; la mia presenza è temporanea, la terra che calpesto, il sole che la riscalda, la pioggia che la bagna, esisterebbero anche se io non ne avessi coscienza. Le impronte di qualcun altro copriranno le mie, scorderò i posti in cui i miei passi mi hanno condotto ma quei posti continueranno a vivere e a farsi ammirare da chi ci arriverà dopo di me. E chi li guarderà avrà occhi diversi, noterà cose che a me sono sfuggite, lasciando altre impressioni e altri ricordi.


Quello che voglio dire è che non sento più il bisogno di dimostrare al mondo chi sono. Intendiamoci, non dico che non mi piacerebbe essere ricordato, penso sarebbe bello che qualcosa di me mi sopravvivesse, del resto la vita è così breve che è impossibile non sognare di poter raggiungere l’immortalità. Si, mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo al mondo, renderlo, in qualche maniera, un posto più bello, ma finalmente mi rendo conto che non è poi così importante e che tutto quello che si può fare, qui e adesso, è vivere guardandosi attorno con continua meraviglia, ringraziando di poterci essere e di poterne parlare.


C’è una cosa che però desidero da che ho memoria dei miei sogni. E’ la mia casa, non semplicemente una casa, un luogo da raggiungere dopo una giornata di lavoro, non soltanto quattro mura che mi separino da tutto ciò che è fuori, no, è la mia casa. E la immagino piccola, accogliente, luminosa. Si, vorrei che la mia casa avesse tante finestre, vorrei che fosse inondata dalla luce del sole per tutto il giorno, e che i raggi del sole scolpissero ogni oggetto al suo interno tracciandone nettamente i contorni. Mi piacerebbe essere accolto, non appena aperta la porta, dal profumo di fiori che so non avrei la pazienza, o la costanza, di curare. Tappeti coprirebbero il pavimento, perché per sentirla davvero mia dovrei sentirla, con tutto il corpo, stendermi per terra a guardare in su immaginando su di me non un semplice soffitto bensì un intero cielo punteggiato di stelle. E librerie a tappezzare le pareti, riempite fino a traboccare dei libri che ho letto, quelli che ho amato, quelli che leggerò, e delle canzoni che ascolto, quelle che mi fanno pensare al passato assieme a quelle che mi spingono verso il futuro. Le pareti sarebbero colorate, che il bianco asettico non fa per me, ma non una scelta casuale. Ogni angolo avrebbe il suo colore, perché ogni angolo sarebbe associato a un particolare stato d’animo; e poi vorrei che un muro rimanesse libero di parlare di me, delle parole che scrivo, delle immagini che porto dentro e che nemmeno so come esprimere. Vorrei che il cuore della mia casa fosse racchiuso in un divano, grande e comodo, su cui rilassarmi quando sono solo e dove invitare a sedere ospiti e amici per chiacchierare, discorsi futili o questioni di importanza suprema, vorrei che la mia casa facesse sentire chi vi entra a proprio agio, libero da qualsiasi tipo di formalismo. Appenderei quadri alle pareti, e un milione di foto per non dimenticare mai chi sono. Vorrei che la mia casa fosse come me.


Forse però il problema vero è che neppure io sono sicuro di sapere chi e cosa sono. C’è stato un momento in cui credevo di averlo capito, sentivo che forse, finalmente, il mondo aveva deciso di accogliermi e di svelarmi quale sarebbe stato il mio futuro. Solo col tempo ho capito che quella che avevo preso per illuminazione era in realtà solo un temporaneo abbaglio. La luce sfolgorante di quello che avevo a lungo e intensamente desiderato mi aveva abbacinato e confuso. Prenderne coscienza non è stato affatto né facile né tantomeno piacevole. Ho dovuto rinunciare ad alcune certezze, a partire da quelle sull’amore e sul destino, e queste crollando, ne hanno inevitabilmente trascinate con sé altre. Chissà, a pensarci questo ribaltamento di prospettive potrebbe essere stato un bene, considerando che mi ha portato a interrogarmi su chi sono. Ho dovuto ricominciare dalle fondamenta ad edificare una nuova consapevolezza di me e non è semplice, i preconcetti più difficili da cancellare sono quelli che riguardano sé stessi.

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